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Joan Jonas all’Hangar Bicocca. Tra video e performance

1 ottobre 2014

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È nata nello stesso anno in cui Walter Benjamin dava alle stampe L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica , saggio fondamentale per introdurre con largo anticipo sull’avvento del digitale il tema scottante del rapporto tra tecnologia e creatività. Quasi una predestinata, dunque, Joan Jonas: straordinaria interprete di un linguaggio espressivo che miscela performance e video-arte. Con l’azione a farsi rito e, dunque, narrazione.

Un premio a una carriera straordinaria l’assegnazione, a Jonas, di una mostra personale nel Padiglione degli Stati Uniti alla prossima Biennale di Venezia; un evento a cui arrivare preparati dopo un passaggio nella magnifica cattedrale del contemporaneo che risponde al nome di Hangar Bicocca. È Milano, da questi giorni e fino al prossimo febbraio, a dedicarle una retrospettiva di incredibile intensità. Racconto puntuale di oltre quarant’anni di lavoro.

Pioniera nel campo della performance e della video-installazione, Jonas è presente in Italia con venti diverse opere: filo rosso che segna le diverse tappe della sua carriera. Si parte da Wind  , struggente lotta di un gruppo di performer che prova a mantenere l’equilibrio in una spiaggia spazzata da correnti fortissime (siamo nel 1968, con tutto ciò che ne deriva in termini di insicurezza generazionale); e si arriva al recentissimo Reanimation .

In mezzo, tra le tante, l’opera che forse esemplifica in modo più puntuale la poetica dell’artista: Mirage  nasce a metà Anni Settanta come performance costruita, insieme a un pubblico attivo di critici, curatori, danzatori, scrittori, intellettuali e ovviamente altri artisti, nel contesto di un cinema d’essai newyorchese; ma diventa poi lavoro aperto, magnificamente inconcluso, su cui tornare ciclicamente. Ragionando, nella stratificazione di azioni e documentazioni, al costante fluire del tempo e alla sua capacità di cambiare (o non cambiare!) prospettive e punti di vista.