Un monumento di luce per il Vajont

5 marzo 2013


Un semplice fascio di luce. Monumento apparentemente effimero, eppure più solido della roccia attraverso cui viene proiettato; testimonianza fortissima e insieme discreta, commosso omaggio d’artista alle vittime di una tra le più grandi tragedie della recente storia italiana. Viene tracciata all’imbrunire di martedì 5 marzo “La linea di confine”, spettacolare installazione luminosa con cui il trentino Stefano Cagol ricorda il dramma del Vajont.

A mezzo secolo dalla frana che ha devastato parte della valle del Piave, causando quasi duemila morti, un raggio luminoso attraversa idealmente ciò che resta della diga del Vajont: un ponte luminoso lungo quindici chilometri spinge lo sguardo verso l’infinito, oltre un paesaggio che porta ancora addosso i dolorosi segni di un disastro naturale di proporzioni immani. L’opera rappresenta, allora, il filo di sutura che sana grazie all’arte una ferita ancora aperta.

Un vero e proprio maestro della luce, Stefano Cagol: recente una sua installazione a Milano, in Zona Ventura, con il marchio di una “C” commerciale ad essere firma ironica che ammicca al linguaggio pubblicitario; un suo lavoro campeggia sulla facciata del prestigioso Beurs Schouwburg Art Center di Bruxelles, i suoi neon sono stati esposti in importanti contesti internazionali: dal Mart di Rovereto al SUPEC di Shangai.

“La linea di confine”, progetto nato nel contesto della piattaforma culturale Dolomiti Contemporanee, è primo passo per un’azione più complessa, che porta Cagol a partecipare alla Triennale di Barents, il più estremo tra gli eventi di arte contemporanea al mondo. Un appuntamento fissato al Circolo Polare Artico, al quale l’artista arriverà dopo un viaggio di 9.000 km: portando con sé il fascio di luce che ha illuminato la diga del Vajont. E che accenderà con la sua carica di suggestione splendidi angoli d’Europa.


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