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“Les Troyens” alla Scala. Quando l’opera è kolossal

5 aprile 2014

Un mito senza tempo. Un’orchestrazione imponente, progetto di una vita che il proprio autore – tragica ironia della sorte – non riuscì mai a vedere nella sua messa in scena definitiva. Un’ambientazione, quella immaginata da David McVicar, che gioca con i cortocircuiti della storia, offrendo emozioni uniche. Diversi i motivi di suggestione che abbracciano Les Troyens  di Hector Berlioz, alla Scala dall’8 aprile.

Un dittico quello immaginato negli Anni Sessanta dell’ottocento dal compositore francese, che traduce per il linguaggio operistico l’articolata e sublime complessità dell’Eneide: nasce uno straordinario capolavoro romantico, con i cinque atti del dramma a popolarsi di decine di eroi ed eroine, scontri epici, dialoghi serrati, amori tumultuosi. Un vero e proprio kolossal ante litteram, nel quale trionfa la maturità di personaggi entrati nella leggenda.

Scelta affascinante quella di David McVicar, al lavoro per riprendere l’allestimento dell’opera da lui stesso curato un paio di anni fa per Covent Garden. Nessun effetto peplum per il regista, che sposta l’azione in un universo ucronico, tra costumi ottocenteschi e macchine infernali: con lo stesso mefistofelico Cavallo di Troia assemblato quasi fosse un robot proto-industriale, sferragliante in un tripudio di valvole e pistoni.

Una conferma e una novità assoluta, alla Scala, per questa rappresentazione. Da un lato la garanzia della soprano Anna Caterina Antonacci, che da dieci anni ha in repertorio un ruolo – quello di Cassandra – che confida i sentire letteralmente cucito addosso. Dall’altro il debutto in un’opera, a Milano, per Antonio Pappano: sarà la bacchetta italo-inglese, più giovane direttore delle orchestre della Royal Opera House di sempre, a guidare dal podio i maestri scaligeri.

[foto © Brescia / Amisano – Teatro alla Scala]


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