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Libri della settimana: beni culturali. Patrimonio di tutti

3 aprile 2014

A centrarne il senso profondo è stato, sulle colonne del Corriere della Sera , Pierluigi Panza. Lucido nel ricordare come, fino agli Anni Settanta, l’area di afferenza dei beni culturali rientrasse nei doveri del Ministero dell’Istruzione, oggi sostituito in quel compito da un dicastero appositamente dedicato – è vero – ma significativamente responsabile anche della delega al turismo. Torna d’attualità, allora, l’eterna diatriba su una cultura vissuta a corrente alternata. Prezioso patrimonio genetico da conservare a tutti i costi o merce da monetizzare?

Porta il suo contributo sul tema Tomaso Montanari, tra le firme più incendiarie de Il Fatto Quotidiano , da sempre in prima linea nel perorare la causa della cultura come bene di Stato; tesoro collettivo da proteggere e difendere strenuamente dal rischio di effimere banalizzazioni. Esce per minimum fax il suo Istruzioni per l’uso del futuro, autentico ricettario di pratiche che inducono a riflettere – si legge nel sottotitolo – su “il patrimonio culturale e la democrazia che verrà” .

Per entrare in sintonia con la tesi di Montanari basta una fotografia, una cartolina: “sostare nel Pantheon […] vuol dire anche immaginare i sentimenti, i pensieri, le speranze dei miei figli, e dei figli dei miei figli, e di un’umanità che non conosceremo, ma i cui passi calpesteranno le stesse pietre, e i cui occhi saranno riempiti dalle stesse forme e dagli stessi colori”. Ecco espressa con straordinaria efficacia la posizione di un intellettuale che si ostina a pensare sul lungo periodo, ponendo l’intera questione su termini generazionali. Quasi epocali.

La sfida posta dalla tutela e valorizzazione dei beni culturali non si risolve allora, per Montanari, nel compromesso mai efficacemente regolamentato tra Stato e privati; non trova la propria sintesi nei modelli (più o meno virtuosi) di sponsorship e partnership. Ma nella difficilissima sutura di una ferita apparentemente insanabile, data dallo snaturato rapporto di quotidiana colloquialità con i tesori del nostro passato. Si ama insomma solo ciò che si conosce, e si protegge solo ciò che si ama. Da qui l’urgenza di recuperare la coscienza della nostra Storia.


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