L’America di Norman Rockwell in mostra a Roma

26 dicembre 2014


Una bambina di colore, innocente nel candore del proprio abito, cammina rasente il muro su cui qualcuno ha scritto frasi ingiuriose contro i nigger ; una pattuglia di soccorritori recupera dal lento corso del Mississippi i cadaveri di tre attivisti per i diritti civili uccisi dal Ku-Klux Clan. Si chiude con un twist emotivo repentino, come uno schiaffo in pieno viso, la mostra che porta a Roma l’America di Norman Rockwell, professione pittore, tra gli illustratori più importanti del Novecento.

Sono un centinaio le copertine firmate da Rockwell per storiche riviste uscite tra il 1916 e il 1963, diversi i quadri esposti fino al prossimo mese di febbraio nella cornice di Palazzo Sciarra: dove va in scena una fetta di storia americana raccontata attraverso lo sguardo lucido e delicato, ma al tempo stesso rigoroso e spietato di un grandissimo osservatore del proprio tempo; un cronista armato di matite e pennelli, dotato di una capacità narrativa di fortissima espressività.

Sono giovanissimi, spesso bambini gli eroi senza nome di Rockwell, che attraverso l’innocenza dei suoi personaggi immaginari sa costruire ficcanti allegorie della società del suo tempo: astraendosi il più possibile dal dato cronachistico per restituire tensioni e suggestioni generali, universali. Rese in modo quasi iperrealistico, grazie a un tratto calligrafico e a una cura del dettaglio dalla precisione quasi certosina.

Le situazioni idealizzate da Rockwell ci portano nel cuore del mito americano, in una operosa società dai solidi valori capitalisti e democratici: apparentemente immune da scricchiolii, tensioni contraddizioni. È proprio nel contrasto con questa morbida propaganda dei codici valoriali occidentali che esplode in modo drammatico, stordente, la stagione dell’impegno civile: con l’ultima sala della mostra romana ad accogliere i quadri che testimoniano il dramma del razzismo. Per un cortocircuito di straordinaria empatia.