L’impressionismo di Medardo Rosso. Tra luce e materia

18 febbraio 2015

Medardo-Rosso,-Bambino-Sorridente,-cera

Se è mai possibile individuare un artista che ha trasposto l’impressionismo pittorico nella scultura, questi è Medardo Rosso. Al suo confronto, anche la ballerina in bronzo dello stesso Edgar Degas ci sembrerà statica… e fredda, com’è il materiale di cui è costituita.

Già nella scelta delle materie prime, Medardo Rosso ha saputo distinguersi ricorrendo non solo al bronzo, ma anche alla cera e al gesso: materiali tradizionalmente utilizzati per le fasi intermedie del processo scultoreo – i cosiddetti bozzetti. Nelle versioni definitive delle sculture, in genere gli scultori preferivano adottare il marmo e il bronzo perché, appunto, dessero un aspetto di “finitezza” massima, con le loro superfici lisce e immacolate. Ben altri, invece, erano gli obiettivi di Medardo Rosso.

Passeggiando per le sale della GAM – Galleria di Arte Moderna di Milano, complici l’illuminazione a zone e i riflessi di teche e specchi, lo spettatore coglierà subito l’obiettivo estetico e poetico di tutta l’opera dello scultore ottocentesco. La mostra monografica inaugurata oggi ha un titolo già molto eloquente: La luce e la materia.
Proprio sulla relazione delle due componenti è giocata la scultura di Medardo Rosso. La sua peculiare preferenza per cera e gesso si deve proprio alla capacità di catturare o riflettere la luce che vi si posa. Sono materiali malleabili, che accolgono l’impronta dell’artista e vibrano al suo tocco, presentano sbalzi o profondità tali per cui la forma non sembra mai chiudersi completamente in se stessa. La scultura non sembra finita… e neppure sembra finire mai, continuando a giocare con la luce e l’atmosfera che la circondano.

Non è forse lo stesso risultato inseguito – e raggiunto – da un Renoir ne La colazione dei canottieri? In pittura, gli impressionisti francesci abbandonano il disegno a favore delle pennellate di colore quasi puro; allo stesso modo in cui Medardo Rosso rinuncia a definire le sue sculture. Il risultato è il sorriso del Birichino, la bocca dischiusa dell’Enfant malade: un palpito di vita – felice o sofferente – che ancora si avverte nei soggetti, sebbene siano stati ritratti più di cento anni fa.