La fotografia è donna. Dorothea Lange e Margaret Bourke-White a Milano

1 febbraio 2020

Dorothea Lange, Migrant Mother, 1936, copyright CSAC Università di Parma

Bisognerebbe utilizzare la macchina fotografica come se il giorno dopo si dovesse essere colpiti da improvvisa cecità”, diceva Dorothea Lange. Ed è quello che ha fatto, immortalando come pochi altri bellezze e fragilità dell’esistenza umana in foto che sono rimaste nella storia. Il suo lavoro, sempre a contatto con gli ultimi e con gli emarginati, è in mostra in questi giorni al Centro Culturale di Milano, all’interno di un progetto che vede l’artista americana in dialogo con un altro nome cardine della fotografia del Novecento, Margaret Bourke-White.

Curata da Angela Madesani – e aperta fino al 15 marzo–, Ricevere l’avvenimento si presenta come un vis-à-vis tra le due autrici: un confronto in cui l’anima artistica e l’esperienza umana delle due donne emerge definendone la grandezza, ponendo il pubblico di fronte ai soggetti e alle tematiche affrontate dalle due fotografe, tanto simili quanto distanti nell’approccio e nell’utilizzo dell’obiettivo.

UN CONFRONTO-INCONTRO

Composta da settantacinque fotografie in bianco e nero, selezionate da un ampio ventaglio di opere scattate tra gli anni Venti e i decenni successivi al secondo dopoguerra, la mostra riunisce alcune immagini emblematiche. I temi dell’emarginazione, della povertà e delle ripercussioni funeste della Grande Depressione americana sono al centro della ricerca della Lange (dal 9 febbraio in mostra anche al MoMA di New York, nell’ambito della rassegna Dorothea Lange. Words & Pictures). Umanità e realtà si mescolano nei suoi scatti, dando vita e ritratti carichi di pathos, testimonianze toccanti di periodi tra i più cupi del nostro passato recente.

A opere come Migrant mother – l’iconica madre con i due bambini immortalata da Dorothea Lange nel 1936 – si contrappongono le foto più “sperimentali” della Bourke-White. Gli aspetti della compassione, del realismo e del messaggio politico/sociale anche in lei sono forti e ben presenti, eppure spesso virati verso soluzioni compositive inconsuete. L’artista si posiziona su cornicioni di grattacieli, sorvola le città, si spinge fino alle zone proibite degli stabilimenti industriali. “Trovare qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno avrebbe potuto immaginare prima”, dice l’artista. “Oltre a essere fotografo, sei un essere umano un po’ speciale, capace di guardare in profondità dove altri tirerebbero dritto”.

[Immagine in apertura: Dorothea Lange, Migrant Mother, 1936