Le apocalittiche “tracce” di Giacomo Costa al CUBO di Bologna

27 Gennaio 2014


Un mondo senza più civiltà, inesorabilmente spazzato e strapazzato da mefitici venti nucleari; un immenso ed eterno teatro infernale, magmatico nella modellazione di profili che possono essere indifferentemente feroci onde oceaniche o inarrivabili creste montane. Accese nella diabolica e gradazione di una scala di rossi che svaria dal vermiglio al granata, brillando nella forza di un inquieto e soffocante presagio.

Ha visto cose che noi umani non possiamo immaginare, Giacomo Costa. Ma sostituisce alla dolente malinconia del Rutger Hauer di Blade Runner  un linguaggio di monumentale e spettrale magniloquenza, declinato nell’imponente trittico esposto fino al 12 aprile allo Spazio Arte di CUBO, il Centro Unipol di Bologna. Seminando in un panorama di apparente irrimediabile desolazione le sue tracce – Traces  è non a caso il titolo dell’intervento – di salvifica memoria.

Si ergono eroiche in mezzo al nulla, quasi fossero piedistalli per statue invisibili, fondamenta di perduti castelli volanti. Sono segni inconfutabili di umanità, granitici nella loro resistenza ad un oblio suicida: perpetrato attraverso lo sfruttamento indiscriminato, l’indolenza, l’insipienza di una società corrotta nei suoi codici valoriali essenziali. Sono un dito puntato contro noi stessi, ma al tempo stesso un tenace grido di identità le archeologie impossibili che tagliano enigmatiche come menhir il paesaggio circostante.

Sulla loro pelle, percepibili solo all’occhio allenato all’indagine, frammenti di frasi, motti e sentenze; sotto la superficie dell’immagine affiora, come per un palinsesto medievale, il potere delicato ed effimero della memoria scritta. Un codice – un testamento? – che raccoglie e tramanda il senso dell’avventura culturale dell’uomo. Racchiusa in un trittico che si appella, non senza ironia, alle parole chiave della Rivoluzione Francese: liberté, egalité, fraternité.