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Il cinema censurato di Romano Scavolini

29 gennaio 2015

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Romano Scavolini è un caso – fortunatamente – più unico che raro, almeno per quanto concerne i suoi rapporti con la censura italiana: è l’unico regista, infatti, a poter “vantare” ben due lungometraggi “oscurati”. Su La prova generale, film del 1968, gravarono all’epoca dell’uscita diversi capi d’imputazione: istigazione alla violenza, oltraggio alla patria, oltraggio al Milite Ignoto, oltraggio alla religione e blasfemia.

Non è certo per una qualche morbosità scandalistica che Gianni Canova, curatore della rassegna RaroArte in onda su Sky Arte HD, ha deciso di proporre stanotte – ai nostri cinefili – proprio questo lungometraggio. A dispetto del giudizio negativo espresso dalla censura, infatti, già negli anni Sessanta il film sceneggiato e diretto da Romano Scavolini riuscì a circolare per diversi festival italiani e internazionali, imponendosi per la sua riflessione ideologica e politica.

La storiografia ufficiale sembra aver rimosso le opere di Scavolini dal panorama della cinematografia indipendente e sperimentale, più che altro perché i suoi film non condividono con la corrente underground quell’aura di provvisorietà diffusa. Pur essendo girato in 35 mm, infatti, La prova generale si avvale di una troupe regolare, testimoniata dall’accuratezza dell’immagine tutt’altro che “povera”.

La forma è tanto accurata, da chiedersi se per quest’opera valga ancora la qualifica di “sperimentale”. Predomina la camera fissa, la sceneggiatura scandisce tempi e dialoghi rilevanti con inesorabile precisione. Il racconto è quello di un debutto che non avviene mai, di un gesto che – per quanto desiderato sia – è destinato a rimanere incompiuto. La sperimentalità del film sta forse in questa “mancanza”, elemento caratteristico della filmografia di Scavolini sin dai suoi esordi, cui terrà fede per l’intera carriera: la capacità di mettere silenzi, vuoti e assenze al centro della sua drammaturgia.

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La curiosità – Insieme ai lungometraggi A mosca cieca e La prova generale, di due anni successivo, anche il primissimo lavoro di Romano Scavolini incontrò non pochi problemi a causa della censura: si tratta del cortometraggio La quieta febbre, del 1964.