Escher e le architetture impossibili

13 Marzo 2014


Ci sono scale che non portano a nessun luogo, rincorrendosi in labirintiche spirali da sogno. Piani sfalsati che si intrecciano e intersecano, costruendo realtà mai così virtuali, frutto di una mente eclettica e visionaria, capace di mettere in crisi la percezione visiva e la concezione che abbiamo dello spazio in base alle nostre esperienze sensibili. È l’enigma dell’assurdo a dominare l’immaginario di Maurits Cornelis Escher, al centro di una nuova puntata di Grandi Mostre.

A più di quarant’anni dalla morte, l’artista olandese viene omaggiato dalla imponente retrospettiva accolta – fino a fine marzo – nelle sale di Palazzo Magnani a Reggio Emilia. Nasce un viaggio appassionante, intenso e carico di suggestione nello straordinario estro creativo di un protagonista eclettico del Novecento; figura che ha saputo creare, attraverso il ripensamento delle geometrie tradizionali, nuovi modi di ragionare sulla percezione che l’uomo ha di ciò che lo circonda.

Nascono da lontano i lavori di Escher, i suoi fascinosi dedali di cunicoli e strade, passaggi segreti per un mondo altro rispetto a quello a cui siamo abituati. Nella predilezione per la tecnica della stampa, tra xilografie a colori e litografie, c’è il riferimento alla grande tradizione nordica inaugurata da Dürer; ma anche quello alle carceri di Giambattista Piranesi, primo straordinario e avveniristico esperimento di architettura utopistica.

Ma nella mostra di Reggio Emilia si può anche riconoscere il rapporto tra il lavoro di Escher e gli artisti del Novecento. Partendo in modo paradigmatico dalla stagione del Futurismo: tra ardite scomposizioni e mozzafiato voli planari, le opere dei vari Severini, Balla e Depero suggeriscono illuminanti letture critiche. Restituendo la fotografia di un artista pienamente connesso con la scena culturale del suo tempo.

La curiosità – La più celebre architettura utopista di tutti i tempi? Probabilmente l’irrealizzato – forse irrealizzabile – Panopticon ideato a fine Settecento da Jeremy Bentham: una prigione in cui il carceriere, grazie ad un complesso e articolato gioco prospettico, riesce a creare l’illusione di poter sorvegliare in qualsiasi momento, in contemporanea, tutte le celle. Una struttura dalla straordinaria fortuna nel dibattito filosofico moderno, usata come modello ed esempio per le riflessioni sul “potere invisibile” elaborate dai vari Foucault, Bauman e naturalmente Orwell.