I fotografi? Splendidi bugiardi!

27 Novembre 2013


È dai tempi di Tucidide, quattro secoli prima di Cristo, che il mondo si aspetta da chi registra il presente un dato unico e fondamentale: l’imparzialità. C’è un legame fiduciario tra chi racconta e chi ascolta, chi documenta e chi si informa; un rapporto che si evolve grazie alle nuove tecnologie. Nel bene e nel male. Perché se da un lato si moltiplicano le possibilità di essere narratori fedeli del reale, dall’altro aumentano in modo esponenziale anche quelle di mistificarlo. Di mentire.

Si cammina come acrobati sul filo che separa verità e menzogna in una nuova puntata di Vogue Masters, la serie che permette di incontrare grazie a Bulgari e alla redazione di vogue.it  i più interessanti interpreti della contemporaneità. Con uno sguardo particolare dedicato, in questa occasione, alla fotografia. Si tratta di un linguaggio capace di tradurre in modo fedele la realtà dei fatti? Oppure di un mezzo viziato in modo irrimediabile dall’occhio di chi scatta?

Risposte diverse arrivano da due tra i più importanti reporter in attività. Davide Monteleone è convinto sia impensabile estraniarsi al punto da essere semplice testimone di ciò che si osserva: per lui, da anni corrispondente dalla Russia per importanti magazine e quotidiani non solo italiani, la via del compromesso è l’unica ad essere percorribile. Sono piccole bugie a fin di bene quelle raccontate dal fotografo: che lascia trasparire, attraverso il suo stile, una libera interpretazione degli eventi.

Nessuna via di mezzo, invece, per Stanley Greene. Sempre al centro dell’azione, che si tratti della New Orleans spazzata da Katrina o dalla Berlino che abbatte il Muro, della Russia agitata dal golpe contro Boris Eltsin o di zone di guerra che spaziano dal Ciad all’Afghanistan, dal Libano alla Cecenia. Il suo modo di vedere è crudo, asciutto, diretto e immediato: ciò che si ferma sulla pellicola è espressione più fedele del reale. Senza filtri. Emozione allo stato puro.

La curiosità – Pittore dilettante, Stanley Greene si avvicina alla fotografia nel 1971, periodo in cui condivide il proprio studio con il reporter William Eugene Smith, celebre per i propri servizi dal fronte del Vietnam. La scelta di abbandonare i pennelli per la reflex arriva però solo alla fine degli Anni Ottanta: quando documenta il crollo del muro di Berlino.