Joy Division, il lato oscuro della musica

14 novembre 2014


Euforica, frizzante, sbarazzina, spensierata: è la Swinging London  degli Anni Sessanta, dominata da una scena musicale colorata e irriverente, dal gioioso pop-rock dei Beatles e dallo stile di Mary Quant. Un’illusione destinata a durare pochissimo: la crisi petrolifera del ’73, le manovre lacrime e sangue del governo britannico, la stagione degli scioperi a oltranza, delle contestazioni, delle violenze, fino all’elezione di Margaret Thatcher. Per l’Inghilterra i seventies  sono una parentesi scura. Anzi… dark.

Il clima di tensione , il nichilismo di una generazione che si riconosce nel no future  gridato dai Sex Pistols, si riflettono anche sulla musica del periodo. Sky Arte HD dedica una serata alle band culto della scena dark e new wave, ad artisti che hanno saputo esorcizzare il dolore, la paura, le insoddisfazioni del loro tempo attraverso uno stile mai sentito prima. In bilico tra pop e rock, ma venato da influenze punk: a tratti irruento, a volte invece irrimediabilmente malinconico.

Si parte con Joy Division – Una storia post-punk, documentario che ripercorre la breve ma sfolgorante carriera della band guidata da Ian Curtis: un genio assoluto, finito schiacciato dal peso di un’emotività e una sensibilità laceranti. A evocare la sua personalità, tanto esplosiva dal punto di vista creativo quanto delicata sotto il profilo più intimo e privato, sono i vecchi compagni di avventura, artefici dopo la sua prematura scomparsa dell’avventura targata New Order.

A seguire eccoci al Tempodrom di Berlino, città feticcio per la scena dark: sul palco i Cure di Robert Smith, impegnati nel 2003 con il progetto Trilogy Live. Con l’esecuzione integrale dei tre album che hanno segnato la carriera del gruppo: Pornography , Disintegration  e Bloodflower . In chiusura di serata ci lasciamo sedurre dalla voce di Siouxsie Sioux, indimenticabile leader dei Banshees: la cantante è sul palco del KOKO di Londra, nel 2009, per l’ultima tappa del Mantaray and More Tour . Per il suo gran Finale.  

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La curiosità – Il suo look allampanato ha ispirato il personaggio di Cheyenne in This Must Be The Place  di Paolo Sorrentino e prima ancora quello di Edward Mani di Forbice  nell’omonimo film di Tim Burton. Robert Smith, leader dei Cure, al cinema ci va “per interposta persona”: dopo aver rifiutato, a inizio carriera, di recitare sul set insieme a Nastassja Kinski.


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