Monumenti culturali da Parigi a Oslo

30 Gennaio 2015

Opera House di Oslo

Giunge al gran finale di stagione le Cattedrali della Cultura 3D, doc-series nata da un’idea del regista Wim Wenders, per scoprire – grazie al nuovo, spettacolare metodo di ripresa – le architetture contemporanee che hanno cambiato il volto e la fruizione stessa della cultura contemporanea. Stasera, a partire dalle 21:10 gli ultimi due episodi – in prima visione su Sky Arte HD – getteranno una nuova luce sugli spazi sociali e culturali di altrettanti landmarks metropolitani.

La prima tappa del nostro viaggio è Oslo, capitale della Norvegia che offre ai suoi cittadini un luogo per l’ascolto di opere musicali e una pizza, riuniti in una sola architettura. Eletta Edificio Culturale Mondiale dell’Anno, in quel 2008 a cui risale la sua inaugurazione ufficiale, l’Opera House di Oslo intrattiene una relazione particolarissima con le persone, grazie a un tetto di marmo a spiovente che – elevandosi progressivamente dal livello dell’Oslofjord – funge anche da piazza calpestabile, invitando gli avventori a passeggiare e godere della spettacolare vista sulla città.

L’Opera di Oslo è una dichiarazione di bellezza e potere, dove risplendono musica e canto, una costruzione che annuncia l’ingresso della Norvegia nella cultura. È soprattutto un edificio da condividere: tutti i turisti lo vogliono visitare e vogliono salire sulla montagna di marmo concepita dallo studio Snøhetta”: così ne scriveva il Guardian all’indomani dell’inaugurazione. Ne aveva tutte le ragioni, visto che in questi anni oltre dieci milioni di persone hanno visitato l’edificio.

Il secondo episodio è dedicato a un’opera che ha acceso il dibattito internazionale, incontrando una fortuna critica non sempre condivisa dal grande pubblico. Tuttora, nonostante sia stato inaugurato nel 1977, il Centre Georges-Pompidou si presenta più che altro come una “macchina” – con tanto di tubature a vista in facciata – che continua a mettere in discussione il senso comune dell’architettura contemporanea. L’edificio progettato dallo studio di Renzo Piano e Richard Rogers, in effetti, costituisce un letterale “rovesciamento” del canone architettonico: la sua struttura, il suo stesso funzionamento, sono leggibili senza che si abbia bisogno di vederne il progetto. L’idea di portare all’esterno tutta l’impiantistica necessaria alla gestione dell’edificio, di solito nascosta alla vista nonostante la sua imprescindibilità, non è soltanto una dichiarazione estetica ma ha una ragione funzionale: il Centre Pompidou gode di una superficie espositiva di 7500 metri quadri che è davvero “libera”, nel senso che qualsiasi allestimento venga predisposto al suo interno non deve fare i conti – o quasi – con gli ostacoli costituiti dai condotti per la circolazione dell’aria, dai vani per gli ascensori o dalle tubature in cui scorre l’acqua.

La curiosità – Si può dire che il Centre Pompidou sia stato progettato tre volte da Renzo Piano, che infatti ha firmato l’estensione per l’IRCAM nel 1990 e progettato la sua radicale ristrutturazione, cui ha fatto seguito la definitiva riapertura nel 2000.