Quando Giotto giunse a Padova

22 Giugno 2015

Cappella-degli-Scrovegni-affreschi-Giotto

Già nel 1997, la città di Padova ha visto riconosciuto dall’UNESCO il valore per l’umanità del proprio Orto Botanico che, fondato nel 1545 e tuttora utilizzato per la ricerca universitaria e la conservazione delle specie vegetali, ha costituito il primo “precedente storico” di un nuovo genere architettonico-urbanistico dove scienza e natura potessero incontrarsi.
Meno di dieci anni dopo, per la precisione nel 2006, il Ministero per i Beni Culturali italiani ha sottoposto all’ente delle Nazioni Unite un’altra candidatura per un sito padovano, non meno rilevante per la storia e in particolare per quella dell’arte occidentale. È alla Cappella degli Scrovegni affrescata da Giotto a Padova, che Sky Arte HD dedica la nuova puntata di Sette Meraviglie, trasmessa in prima visione martedì 23 giugno alle 21:10.

Dopo aver lavorato ad Assisi e Rimini per le rispettive comunità di francescani, Giotto giunse a Padova agli inizi del Trecento chiamato dai frati minori conventuali, per dipingere all’interno della Basilica di Sant’Antonio. Riceverà nel mentre un’altra commissione sempre a tema religioso, da parte però del ricchissimo banchiere Enrico Scrovegni: sua è la cappella omonima che il pittore fiorentino affrescherà completamente, con un ciclo di dipinti e decorazioni assolutamente unitario che fanno dell’oratorio un’unica, monumentale opera.

Oltre all’indiscussa qualità di ciascuna raffigurazione, così potentemente orientata verso una rappresentazione naturalistica di espressioni e posture, corpi e profondità spaziali, a rendere la Cappella degli Scrovegni così rilevante è la maestria con cui Giotto riesce – per la prima volta nella storia medievale – a fondere lo spazio architettonico reale e quello della rappresentazione: a dividere le scene, il pittore disegna fasce ornamentali che imitano apparenza e concretezza delle decorazioni murarie dell’epoca, come nessun artista aveva più fatto dalla crisi dell’arte pittorica greco-romana.

Supera qualsiasi tradizione, infine, il Giudizio Universale: dipinto intorno al 1306 a conclusione dell’intero ciclo di affreschi, Giotto orchestra una moltitudine di figure, senza ricorrere ad alcuno stratagemma per ripartire lo spazio della controfacciata. Di questa arditissima soluzione, capace – seppure intuitivamente – di misurare anche gli spazi vuoti, si ricorderà tutto il Rinascimento italiano, fino all’esempio universalmente noto dello stesso Giudizio, affrescato da Michelangelo nella Cappella Sistina a Roma.

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