Quando la pubblicità è al potere

1 Gennaio 2014


Mai come in questo caso ha senso parlare di industria del cinema . Perché un film, come qualsiasi altro prodotto di consumo, può essere trattato secondo logiche di mercato; venduto, collocato, piazzato; conteso da speculatori e sottoposto alle regole apparentemente assurde della comunicazione d’impresa. Dietro la fabbrica dei sogni  possono nascondersi autentici incubi: quelli svelati dal corrosivo Come ti vendo un film.

Acclamato nel corso dell’edizione 2011 del Sundance Festival, il docufilm segna il grande ritorno sulle scene dell’eccentrico Morgan Spurlock: il regista che per stile ed incisività della narrazione si inserisce nel filone di cinema-verità inaugurato con successo da Michael Moore. Dopo aver messo volontariamente a repentaglio la propria salute per smascherare i danni del trash-food con l’epocale Supersize Me , Spurlock aggredisce frontalmente il mondo del cinema mainstream.

Sono i cosiddetti brands , le case di produzione, a determinare il taglio di una pellicola, ancor prima del suo successo. Influendo sulle scelte creative, sul cast, su tutte quelle variabili che possono essere oggetto di trattativa commerciale: un film può essere – e viene – venduto pezzo dopo pezzo, finendo per assecondare le capricciose esigenze di sponsor che puntano al proprio tornaconto prima che al successo artistico dell’operazione.

Spurlock, come sempre nei panni di se stesso, racconta il proprio tentativo di collocare sul mercato il nascente Come ti vendo un film: progetto visionario, che porta alla nascita progressiva, in presa diretta, della trama di una storia tragicomica. Spassose indagini di mercato, incontri traumatici con autentici squali, situazioni al limite del paradosso: lucide assurdità che inquietano e divertono.