Stevie Wonder, il ritorno del re del funky

30 Settembre 2013


Un silenzio assordante. Una lontananza dal palco, suo habitat naturale, durata la bellezza di dieci anni. Un’eternità, insomma, se paragonata ai ritmi frenetici dello show-business. Poi, finalmente, il ritorno. Per un live destinato a entrare nella storia come una delle sue migliori performance. Clima elettrizzante alla O2 Arena di Londra, tra le più importanti case europee del pop e del rock. Sul palco l’inimitabile Stevie Wonder.

Era dalla fine egli Anni Novanta, dai preziosi cameo nel contesto del Pavarotti & Friends, che il re dell’r&b non calcava le scene. Per farsi perdonare sfodera, davanti a un pubblico in visibilio, un set che contempla tutti i suoi più grandi successi: un’ora dal ritmo serrato, che passa dalle più scatenate e coinvolgenti sonorità del funky alle romanticissime melodie di un vero proprio poeta della musica. Capace di toccare le più sensibili corde dell’anima.

Si parte subito a mille con una spettacolare versione di All blues , storico standard del leggendario Miles Davis; una passione, quella di Wonder per il jazz, che prorompe in modo irrefrenabile sulle note di Sir Duke . Brano che saluta l’inimitabile Duke Ellington, ma non manca di omaggiare i vari Glenn Miller e Count Basie, Ella Fitzgerald e Louis Armstrong. Si passa quindi alla sensualissima Higher Ground , pezzo soul dei primi Anni Settanta fresco di cover firmata Red Hot Chili Peppers.

Largo alle canzoni più amate dal grande pubblico: Isn’t she lovely  e soprattutto I just called to say I love you , che nel 1985 merita il premio Oscar come il miglior brano originale. Quarant’anni di carriera per Wonder, che ripercorre in modo completo la sua eccezionale parabola artistica: proponendo la storica Superstition  e la recentissima So What The Fuss , incisa grazie alla preziosa  collaborazione di Prince.

La curiosità – Entra nella scuderia della Motown ad appena 13 anni, a 16 compie il suo esordio sul grande schermo, a 18 è già una star conclamata. Folgorante la carriera di Stevie Wonder, che una volta raggiunta la maggiore età – a 21 anni, negli Stati Uniti – ridiscute i termini del suo ingaggio, diventando il primo artista della Motown ad avere carta bianca sulle proprie scelte artistiche. Una libertà pagata a caro prezzo: per una serie di cavilli vedrà solo un milione dei trenta incassati per la sua precedente attività di performer.