Una diva in campo per la pace

31 marzo 2014


Estraniarsi dalla realtà, abbandonarsi totalmente tra le braccia dell’arte: farne un porto sicuro, rifugio nel quale trovare riparo dai drammi della quotidianità. Oppure intraprendere un percorso opposto e contrario, mettere cioè in campo la propria attitudine in favore di una nobile causa: essere militanti, portando il proprio contributo. Un dilemma eterno quello che verte attorno al ruolo sociale dell’artista. E che tocca anche una delle più grandi dive di tutti i tempi.

Ha sentito di non avere scelta Marlene Dietrich, insieme a Greta Garbo – o meglio: “contro” la Garbo – tra le attrici più amate e celebrate della prima metà del Novecento. Impossibile per lei, nata a Berlino e cresciuta artisticamente in Germania, restare indifferente alla folle ascesa del Nazismo; impossibile piegarsi alle esigenze di propaganda e prestarsi come volto del regime. Ma impossibile, naturalmente, anche solo tacere. Fuggire.

Con Marlene Dietrich – Her Own Song il regista David Riva ricostruisce i momenti più significativi dell’impegno civile dell’artista: raccogliendo immagini che testimoniano la sua attività negli show a sostegno delle truppe alleate al fronte. C’era anche lei in Nord Africa e in Europa, cantando nelle retrovie per sostenere il morale dei soldati americani; un’attività che le è valsa le più importanti onorificenze da parte del governo di Washington.

Oltre ai filmati d’epoca, a evocare l’intera vicenda è la voce di chi è stato testimone di quelle vicende: partendo dagli attori A.C. Lyles e Rosemary Clooney – la zia di George – e arrivando a Burt Bacharach, che iniziò la carriera proprio come pianista e arrangiatore per gli show della Dietrich. Si passa poi ai protagonisti del cinema tedesco degli Anni Quaranta: struggente il ricordo di Hildegard Knef, tra le prime dive del dopoguerra, protagonista di una rocambolesca fuga dalla Berlino in fiamme.

La curiosità “Marlene go home!” : la scelta della Dietrich di rifiutare il nazismo e prendere la cittadinanza americana non fu priva di conseguenze, con l’attrice più volte contestata – dopo la guerra – al suo ritorno in patria. L’ultimo suo viaggio a Berlino, nel 1960, vide il suo concerto al Berlin’s Titania Palast Theatre interrotto da parte del pubblico che le gridava di tornarsene a casa.