Fino al 4 settembre, al MAO – Museo d’Arte Orientale di Torino, visitando la mostra dedicata al senso buddhista di "vuoto", è possibile sperimentare una coinvolgente esperienza museale dai toni mistici: un viaggio contemplativo tra musica ancestrale e arte tibetana. 

Nata da un’idea di Claudia Ramasso e con la curatela di Davide Quadrio, il MAO – Museo d’Arte Orientale di Torino ospita, fino al 4 settembre, l’esposizione Il grande Vuoto. Dal suono all’immagine. Un viaggio multisensoriale dedicato al concetto centrale della dottrina buddhista, quello di vacuità, inteso come istante che precede la nascita di tutte le cose, ma anche come momento finale di liberazione totale, di raggiungimento della pace dei sensi. DAL SUONO ALL’IMMAGINE Per giungere al fulcro della mostra, allestita presso la Sala Colonne, si deve attraversare un grande ambiente vuoto, o meglio, uno spazio che, grazie alle sonorità, al ritmo e ai silenzi del brano Il grande Vuoto composto per l’occasione dal compositore Vittorio Montalti, si satura gradualmente. La rassegna si apre, dunque, con una sorta di viaggio sospeso e vibrante, atto a “ripulire” lo sguardo e l’orecchio in preparazione di un’esperienza visiva trascendentale. Si giunge così dinanzi all'esposizione della più preziosa opera delle collezioni del MAO: una rarissima thangka tibetana del XV secolo che raffigura Maitreya, il Buddha del Futuro adornato in splendide vesti, seduto sul trono dei leoni e con le mani ritratte nella tipica posizione della Dharmacakra Mudra (il gesto della messa in moto della "Ruota della Legge"). UN'ESPERIENZA TRASCENDENTALE Il resto della rassegna prevede, invece, l’esposizione di un centinaio di foto facenti parte della più grande raccolta al mondo di immagini di "tulku" (figure salvifiche che conducono l'umanità verso la saggezza) appartenenti all'artista Paola Pivi. Si tratta di fotografie realizzate dalla fine dell’Ottocento a oggi che ritraggono i Buddha viventi delle numerose scuole buddhiste tibetane e bonpo. Gli scatti dei tulku non rappresentano, infatti, semplici ritratti fotografici, ma ritenendo che l’immagine abbia il valore dei tulku stessi, incarnano, per i buddhisti, autentici oggetti di venerazione. [Immagine in apertura: Ph Giorgio Perottino]
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